Perché domenica voteremo sì:un contributo di Francesco Lombardi

La data del referendum sulle concessioni petrolifere si avvicina, ma il dibattito pubblico e scientifico è ancora influenzato da argomentazioni che risultano poco utili relativamente all’impatto concreto della scelta di cui si discute. Lasciando da parte i dettagli formali del quesito referendario – ormai reperibili su qualsiasi sito web o testata giornalistica – si cerca qui di chiarire in sintesi: cosa succede votando SI o NO ?

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Illustrazione di Antonio Sortino

Votando SI, l’emendamento introdotto dalla legge di Stabilità del 2016 che consente alle compagnie estrattive di sfruttare i giacimenti “fino al termine della vita utile”, anziché fino alla naturale scadenza dei contratti, viene abrogato. Le compagnie saranno quindi tenute a rispettare i termini concordati.
E per quale ragione non dovrebbero farlo, in effetti? Per quale motivo si dovrebbe concedere una proroga a tempo indeterminato – come non accade in nessun altro Paese UE – ai titolari delle concessioni? L’Italia si è forse improvvisamente scoperta una “piccola Arabia Saudita” ed urge un provvedimento per non sprecare un’enorme ricchezza? Si rischia, in alternativa, una maggiore dipendenza energetica da Paesi come Russia e Libia?

Nulla di tutto ciò. Per evitare i tranelli insiti nel dibattito corrente è importante chiarire alcuni concetti chiave: innanzitutto, una vittoria del SI non avrebbe un impatto immediato, bensì dilazionato nell’arco di diversi anni a seconda dei casi, il ché esclude i paventati licenziamenti di massa e altri danni simili; in secondo luogo, i giacimenti di cui si discute sono molto piccoli e tipicamente esauriscono il loro picco produttivo in tempi estremamente ridotti –per la maggior parte l’hanno anzi già ampiamente superato da anni.

Un po’ di dettagli, basati su dati del Ministero dello Sviluppo Economico. Le concessioni interessate dal referendum sono in tutto una trentina; di queste:

– Nove hanno già richiesto delle proroghe ai termini previsti dal contratto (5 o 10 anni a seconda dei casi), e potranno ottenerle anche in caso di vittoria del SI; sono tutte concessioni molto datate che hanno ampiamente superato il picco di produzione già negli anni ‘90, e stanno semplicemente “raschiando il fondo del barile”, cosa che possono tranquillamente continuare a fare nei 5 o 10 anni di proroga estraendo tutto il rimanente – ovvero, in caso di abrogazione dell’emendamento non risentirebbero di alcuna perdita concreta.
– Altre diciassette andrebbero, in caso di esito referendario positivo, a scadenza del contratto, che significa dismissione nel 2017 per le più vecchie (che, come sopra, hanno ampiamente superato il picco produttivo e sono “alle briciole”) e nel 2027 per le più recenti (che avranno quindi tutto il tempo di continuare ad estrarre la quota più significativa di idrocarburi presenti).
[fonte Dario Faccini, ASPO Italia – dati MISE; url: https://aspoitalia.wordpress.com/2016/03/07/le-bufale-sul-referendum-del-17-aprile/]

In sostanza, si andrebbero a chiudere in tempi brevi le concessioni più vecchie e irrilevanti, mentre le più recenti avrebbero a disposizione ancora 10 anni, più che sufficienti a superare il picco di produzione e a lasciare inutilizzata solo una quota irrisoria degli idrocarburi presenti. Da ciò appare chiara anche l’inconsistenza del rischio di crisi geopolitiche per carenza di idrocarburi, dal momento che fino al 2027 la perdita di produzione sarà piccolissima e progressiva. Unica eccezione a questa dinamica sembra essere la concessione D.C. 1.AG, ancora piuttosto produttiva e a scadenza breve (2018); ciononostante l’impatto di una sua dismissione, preso singolarmente, sarebbe ampiamente trascurabile.

Preso atto del fatto che una chiusura progressiva e dilazionata nel tempo di giacimenti per la maggior parte in fase calante non comporterebbe alcuna calamità economica o geopolitica, non sembrano esserci ragioni per concedere un’inattesa proroga a tempo indeterminato alle compagnie estrattive, invece di far rispettare i contratti stipulati. Scelta che rappresenterebbe, di fatto, un ingiustificato incentivo giuridico alle fonti fossili, in una fase in cui l’Italia si è impegnata insieme ad altri 153 Paesi – nell’ambito della COP21 di Parigi – ad uscire in tempi brevi dalla dipendenza da idrocarburi. A questo proposito si sente ripetere da più parti che l’Italia ha già raggiunto l’obiettivo comunitario, prefissato per il 2020, di soddisfare per il 17% il proprio fabbisogno energetico con fonti rinnovabili; sebbene questo dato sia corretto, appare del tutto irrilevante alla luce dei più recenti impegni presi alla conferenza di Parigi, che impongono un risultato molto più significativo del già raggiunto 17%, ed irrealizzabile senza un’opportuna disincentivazione delle fonti convenzionali (e.g. carbon tax) che renda gli impianti rinnovabili più competitivi e attraenti per gli investitori. Votare SI al referendum significa, concretamente, negare un incentivo giuridico alle fonti fossili – incentivo del quale non hanno alcuna necessità essendo già ampiamente favorite. Per quanto il referendum non abbia alcun potere di definire una politica energetica diversa e più improntata alle fonti rinnovabili, rappresenta comunque la possibilità di dare un segnale forte circa la volontà dell’opinione pubblica di perseguire gli impegni presi a Parigi e di concentrare qualsivoglia forma di incentivazione non già sulle fonti ampiamente dominanti e favorite, bensì su quelle fonti che necessitano di uno specifico supporto politico.

Per queste semplici ragioni, al di là di qualsiasi questione d’impatto ambientale o turistico – non meno importanti, ma viziate da dati poco affidabili – votate SI al referendum del 17 Aprile.

L’autore è laureato (Laurea Magistrale) in Ingegneria Energetica; ha competenze relative a giacimenti di idrocarburi, produzione di potenza da fonti rinnovabili, e legislazione in ambito energetico e ambientale.

AdottaMelo

Cosa si può fare con i semi che si trovano dentro la mela che mangi?

Dopo aver passato anni a buttarli nella spazzatura, ecco la svolta… perchè non piantarli?

Ma perchè dovresti volerlo fare? Ci sono varie spiegazioni per giustificare questo gesto:

  • un tentativo per riappropriarci delle tecniche di semina e coltivazione di un frutto che troviamo spesso sulle nostre tavole: la natura produce spontaneamente le mele da millenni e basta davvero poco per essere un bravo disseminatore;
  • un modo per capire meglio la risposta alla domanda “ma la mela che sto mangiando come ci è arrivata tra le mie mani?”;
  • Oltre a questi motivi, il solo gesto di piantare un albero è già di per sè una giustificazione sufficiente per i benefici che l’ambiente e le persone che contribuiscono alla crescita del melo ne possono trarre.

Per conoscere meglio la filiera della mela dobbiamo iniziare a porci una semplice domanda: i meli che ho piantato, che mele faranno? A priori, questa è una domanda dalla risposta indefinita.
Così come ogni mammifero somiglia ai suoi genitori ma non sarà identico a loro, si possono ottenere mele diverse incrociando due meli insieme! Continua a leggere

Primo post – colture rialzate vs colture in vasi

Quest’anno abbiamo deciso di sperimentare un po’ sul terreno dell’orto, in particolare testando vari metodi di coltura nuovi per noi, e cercando di capire quale sia il più efficace. Per chi non lo sapesse già, noi coltiviamo un terreno piuttosto povero di risorse, le analisi del suolo realizzate dal dipartimento di agraria hanno dimostrato una forte mancanza di azoto e un pH abbastanza basico.
Come primo esperimento, coltiveremo piante a terra nella parte di orto che l’anno scorso era dedicata alle leguminose, che essendo piante azotofissatrici dovrebbero aver rilasciato il tanto bramato azoto nel terreno. Per testare se veramente questo approccio ha funzionato, coltiveremo anche la parte che l’anno scorso è rimasta a riposo. In tutti e due gli appezzamenti, per ovviare alla poca profondità del terreno, rialzeremo la terra di circa mezzo metro con l’aiuto di pannelli di plastica per tenere su le pile, lasciando dei camminamenti tra i filamenti contigui.

Nella terza parte dell’orto, quella che l’anno scorso era coltivata a diversi ortaggi, faremo crescere le piante nei vasi. I tre metodi di coltura (rialzamento su terreno a maggese, coltivazione in vasi e rialzamento su terreno delle leguminose) saranno utilizzati per coltivare le stesse specie di piante in modo da poter comparare l’efficacia di questi metodi. Inoltre le piante sono le stesse degli anni scorsi e questo ci darà modo di fare dei confronti.
La coltura in vaso potrebbe sembrare piuttosto svantaggiosa rispetto alle altre due se non fosse che insieme ad essa proveremo un’ulteriore sperimentazione: autocostruirci una stufetta per pirolisi per ottenere il biochar, il carbone vegetale in grado di incidere positivamente sulla fertilità del terreno, il cui utilizzo risale all’epoca precolombiana nella “terra preta dos indos”. Questo tipo di carbone è ottenuto dalla combustione anaerobica del legno e dei vegetali, e il prodotto è un tipo di carbone molto ricco di carbonio, il principale componente delle molecole presenti nelle cellule, utile alle piante come “materiale da costruzione” per la crescita.

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La preparazione dei cumuli di terreno

Decostruiamo Expo2015…

Vi sono attualmente sfide globali che è necessario affrontare e che implicano un sovvertimento dei modelli esistenti; sicuramente quella del ripensamento del nostro stile di vita e dei consumi, e della gestione delle risorse alimentari del nostro pianeta è tra queste. Esiste un posto dove persone provenienti da tutto il mondo che si occupano di sostenibilità ambientale e di produzione critica del cibo possono incontrarsi e trovare un canale potente per la diffusione delle proprie idee a proposito di questa sfida? Forse molti staranno pensando che questo luogo corrisponde a quello di Expo2015 a Milano: ad un mese dalla sua apertura se ne sta parlando non solo per via del tema dell’esposizione, che sarà Nutrire il pianeta, energia per la vita ma anche in campo di innovazione, come promessa di lavoro per molti giovani e come volano per l’economia dell’hinterland milanese e del resto dell’Italia. [1] Continua a leggere