Dai diamanti non nasce niente, dal vermicompost nascono i fior

Altra novità di quest’anno riguarda la produzione di compost. Abbiamo infatti deciso (sempre per provare ad ovviare alla scarsa qualità del terreno) di allevare lombrichi. I lombrichi sono animali utilissimi per il nostro terreno: avendo sei reni capaci di assorbire anche i metalli pesanti e un intestino che digerisce i nostri scarti trasformandoli in sostanze fertilizzanti, i lombrichi danno vita al cosiddetto “vermicompost”, un ammendante naturale dalle straordinarie proprietà nutritive.

Inizialmente durante la zappatura abbiamo raggruppato un buon numero di lombrichi che si trovavano già nel terreno del nostro orticello.  Abbiamo quindi costruito una struttura apposita che potesse contenerli, ossia una “lombrichiera”, nella quale potranno cibarsi del compost, che ci autoproduciamo, e riprodursi. La struttura è stata fatta con gli stessi pannelli usati per realizzare le pareti dei filari in modo da coprire un’area di 2 metri quadrati. Abbiamo poi lasciato l’organico raccolto in dei bidoni a macerare, e dopo un meset

lombrichi

Lombrico Rosso Californiano

to l’abbiamo messo insieme ad un po’ di terra nella lombrichiera, insieme ai lombrichi raccolti. In questo modo speravamo di far digerire e quindi arricchire il compost ai vermi e lasciarli riprodurre per avere poi una maggiore efficienza.

Mentre eravamo al GAS abbiamo conosciuto alcuni ragazzi del CLT (Centro di Lombricultura Toscana) che ci hanno spiegato un po’ meglio come allevare i nostri amici anellidi in maniera migliore. Abbiamo quindi capito che i nostri lombrichi non erano della specie giusta per produrre il vermicompost. La specie più indicata per la produzione di vermicompost si chiama “Eisenia fetida” e sono comunemente conosciuti come “lombrichi rossi californiani”: questi lombrichi, a differenza di molte altre specie esistenti, è una delle più prolifiche (dopo solo tre settimane di vita è già capace di riprodursi) ed è molto resistente in un ambiente umido e con una temperatura compresa tra 0° e 35°.

Dopo aver preso appuntamento con il CLT, siamo andati a Vecchiano a comprare mezzo chilo di vermi, pagandoli 35 euro, e un sacco di vermicompost da 40 litri, spendento in tutto una cinquantina di euro.

Questo quantitativo di vermi è in realtà adatto per la produzione di organico per solo due persone ma abbiamo deciso di comprarne in tale quantità poichè contiamo nel fatto che, durante quest’anno, si riprodurranno e aumenterà il loro numero in modo che il prossim‘anno ne avremo una quantità sufficiente per la produzione di vermicompost per il nostro orto. Con un numero così esiguo di vermi, abbiamo dovuto ridimensionare la lettiera creata per i lombrichi: i ragazzi del CLT ci hanno infatti consigliato di usare una cassetta della frutta per contenere i lombrichi e far sì che, per via dell’alta densità di lombrichi in quello spazio ristretto, possano produrre nel modo migliore possibile il vermicompost, e riprodursi più velocemente.P_20150513_120441

Tornando verso eigenLab, abbiamo casualmente trovato per strada una cassetta fatta di una plastica resistente e dotata di molti buchi sia lateralmente che nella base: insomma, proprio quello che fa al caso nostro! Arrivati al casottino, abbiamo ricoperto la superficie interna della scatola con del cartone affinchè, mantenendolo sempre bagnato, si possa creare un ambiente umido favorevole allo sviluppo dei lombrichi all’interno di questa improvvisata lombrichiera.

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Prima di inserire dentro la lettiera i nostri lombrichi, abbiamo aggiunto un letto di erba secca sul fondo della scatola per creare uno strato in profondità dove i lombrichi possono rifugiarsi in caso di temperature elevate o scarsa umidità.

Abbiamo a questo punto aperto la cassetta con i lombrichi in cui sembrava ci fosse soltanto terreno: infatti, i lombrichi, agitati prP_20150513_121342obabilmente per via del trasporto, si erano nascosti nel fondo. Maneggiando leggermente il terreno, abbiamo visto finalmente i lombrichi che si dimenavano da una parte all’altra. Dopo aver bagnato la cassetta con il tubo dell’acqua per inumidirla, abbiamo posto i lombrichi nella lettiera. Successivamente abbiamo coperto il contenitore con un coperchio di cartone in modo che i lombrichi, molto sensibili alla luce, abbiano sempre un riparo da essa.

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I ragazzi del CLT ci hanno detto infine di lasciarli stare per una settimana e di iniziare dopo questo lasso di tempo a mettere nella scatola l’organico lasciato fermentare in precedenza per circa sette giorni. Per cibare i lombrichi, basta semplicemente uno strato di circa 3 cm di organico alla settimana, steso ogni volta sopra quello della settimana precedente, senza rimestare nulla.

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Dopo 4 mesi il vermicompost dovrebbe essere pronto e i lombrichi, riproducendosi, saranno raddoppiati e potranno essere ridistribuiti in due scatole analoghe a quella già realizzata

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 «I lombrichi sono un aratro naturale. Dubito ci siano molti altri animali che abbiano giocato un ruolo così importante nella storia del pianeta come i lombrichi. Rimescolando quei pochi centimetri di terriccio che ricoprono il pianeta, lo fertilizzano trasformandolo in humus» C. Darwin

 

eigenLab alla settimana scientifica!

In questi ultimi mesi eigenLab ha partecipato all’organizzazione della “Settimana scientifica”, evento che si svolge ogni anno al Liceo scientifico “Ulisse Dini”. Il progetto, che sarà presentato al pubblico tra il 16 e 18 aprile, consiste nella presentazione da parte degli alunni di quello che hanno creato nei mesi precedenti all’evento. A gennaio, eigenLab ha proposto la realizzazione della pila di Volta, di un motore magnetico bifase e del generatore di Van de Graaff, ovvero un laboratorio incentrato sulla produzione di energia DIY (Do It Yourself) Continua a leggere

Primo post – colture rialzate vs colture in vasi

Quest’anno abbiamo deciso di sperimentare un po’ sul terreno dell’orto, in particolare testando vari metodi di coltura nuovi per noi, e cercando di capire quale sia il più efficace. Per chi non lo sapesse già, noi coltiviamo un terreno piuttosto povero di risorse, le analisi del suolo realizzate dal dipartimento di agraria hanno dimostrato una forte mancanza di azoto e un pH abbastanza basico.
Come primo esperimento, coltiveremo piante a terra nella parte di orto che l’anno scorso era dedicata alle leguminose, che essendo piante azotofissatrici dovrebbero aver rilasciato il tanto bramato azoto nel terreno. Per testare se veramente questo approccio ha funzionato, coltiveremo anche la parte che l’anno scorso è rimasta a riposo. In tutti e due gli appezzamenti, per ovviare alla poca profondità del terreno, rialzeremo la terra di circa mezzo metro con l’aiuto di pannelli di plastica per tenere su le pile, lasciando dei camminamenti tra i filamenti contigui.

Nella terza parte dell’orto, quella che l’anno scorso era coltivata a diversi ortaggi, faremo crescere le piante nei vasi. I tre metodi di coltura (rialzamento su terreno a maggese, coltivazione in vasi e rialzamento su terreno delle leguminose) saranno utilizzati per coltivare le stesse specie di piante in modo da poter comparare l’efficacia di questi metodi. Inoltre le piante sono le stesse degli anni scorsi e questo ci darà modo di fare dei confronti.
La coltura in vaso potrebbe sembrare piuttosto svantaggiosa rispetto alle altre due se non fosse che insieme ad essa proveremo un’ulteriore sperimentazione: autocostruirci una stufetta per pirolisi per ottenere il biochar, il carbone vegetale in grado di incidere positivamente sulla fertilità del terreno, il cui utilizzo risale all’epoca precolombiana nella “terra preta dos indos”. Questo tipo di carbone è ottenuto dalla combustione anaerobica del legno e dei vegetali, e il prodotto è un tipo di carbone molto ricco di carbonio, il principale componente delle molecole presenti nelle cellule, utile alle piante come “materiale da costruzione” per la crescita.

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La preparazione dei cumuli di terreno

Decostruiamo Expo2015…

Vi sono attualmente sfide globali che è necessario affrontare e che implicano un sovvertimento dei modelli esistenti; sicuramente quella del ripensamento del nostro stile di vita e dei consumi, e della gestione delle risorse alimentari del nostro pianeta è tra queste. Esiste un posto dove persone provenienti da tutto il mondo che si occupano di sostenibilità ambientale e di produzione critica del cibo possono incontrarsi e trovare un canale potente per la diffusione delle proprie idee a proposito di questa sfida? Forse molti staranno pensando che questo luogo corrisponde a quello di Expo2015 a Milano: ad un mese dalla sua apertura se ne sta parlando non solo per via del tema dell’esposizione, che sarà Nutrire il pianeta, energia per la vita ma anche in campo di innovazione, come promessa di lavoro per molti giovani e come volano per l’economia dell’hinterland milanese e del resto dell’Italia. [1] Continua a leggere