Orto 2017: cosa è stato fatto e perché

È stato un anno molto interessante per il progetto orto, dopo i numerosi tentativi e le molte sperimentazioni degli ultimi 3/4 anni siamo riuscit* a ottenere dei risultati interessanti e abbiamo deciso di condividerli.

Non si tratta soltanto di risultati in termini quantitativi, ma soprattutto qualitativi, perché il progetto non ha lo scopo di provvedere al sostentamento alimentare completo di una trentina di persone, vuole invece essere un luogo di dibattito, sperimentazione e divulgazione sui temi che riguardano l’ambiente, l’alimentazione e la produzione del cibo.

Facendo un piccolo passo indietro nella storia dell’eigenOrto, la sfida più grande è stata quella di riutilizzare un terreno prima sfruttato e poi abbandonato all’incuria da parte dell’università, per riabilitarlo mettendo in gioco le nostre conoscenze e facendo tanta autoformazione.[1]
Abbiamo interpretato le difficili condizioni del terreno come uno stimolo a trovare soluzioni adatte alle nostre possibilità economiche e logistiche, ad esempio facendoci lasciare gli sfalci del prato del Polo per produrre dell’ottimo compost, e allo stesso tempo evitare che andassero in discarica. Avere un orto in facoltà ci ha permesso di toccare con mano e vivere in prima persona il ciclo di una parte del cibo che consumiamo.

Luppolo in fiore

Molte persone in questi anni si sono avvicinate e hanno fatto di un piccolo pezzo di terreno sterile un grande progetto politico: un campo dove giocare con le conoscenze acquisite dentro e fuori l’università, dove toccare con mano le trasformazioni dell’ambiente, dove agire concretamente piantando ad esempio un alberello o un pomodoro.

Ed è con questo spirito che l’orto è cresciuto sempre più: dal primo pancale si è allargato a un pezzetto di terra, fino ad arrivare oggi a una dozzina di pancali, una serra, una zona compost con lombrichiera, aiuole, spirale aromatica e qualche albero da frutto (susino, pesco, amareno, melograno).

Le esperienze di quest’anno

Nel mese di giugno l’orto è stato teatro dell’evento “Tra mura e canne: esplorazione di un orto urbano” con le/i ragazz* del Gas Rinascita e l’associazione Pachamando, dove la presentazione del progetto si è trasformata in un altro momento di autoformazione e confronto sulle tecniche di produzione del cibo. Abbiamo analizzato in particolare come le piante entrino in sintonia tra loro creando dei microambienti con i propri equilibri.

Un momento di discussione tra le canne.

Le piante non sono le sole protagoniste: in questi anni si sono moltiplicati batteri, insetti impollinatori, farfalle, lucertole e gechi, uccellini, libellule, rospi e ricci (che partecipano alla difesa delle piante dai parassiti), lumache e persone incuriosite da fiori e frutti, rendendo l’orto un ambiente biodiversificato e sinergico.

Un’altra esperienza formativa di quest’anno è stata la partecipazione all’evento organizzato dai ragazzi di RadicalMente, studentI di Agraria, con il professore Ceccarelli che ha esposto le sue ricerche riguardanti la varietà delle sementi e il valore della diversità.[2] La biodiversità e la selezione genetica diretta (da parte di chi coltiva la terra) sono fondamentali per lo sviluppo di un’agricoltura meno dipendente dagli apporti industriali; così, invece di coltivare i semi selezionati e distribuiti dalle aziende multinazionali[3] si utilizzano e selezionano quelli che provengono dallo specifico territorio, con le sue caratteristiche pedo-climatiche e sociali.

Slide dell’incontro con Ceccarelli organizzato da*
RadicalMente.

Ciò permette non solo di creare delle varietà della stessa pianta adattate ad ambienti e terreni diversi ma anche di selezionare le specie che crescono spontaneamente nel territorio e minimizzare l’intervento umano sulle colture, ovvero far si che contadini/e si riapproprino di competenze, selezione delle piante e gestione delle sementi, perse solo di recente e fondamentali per un’agricoltura sostenibile. Un’approccio del genere favorisce una consapevolezza immediata da parte de* contadin* che possono cambiare semi o coltivazione in base al momento storico, sociale, climatico; una prassi irrealizzabile se le sementi sono state selezionate in un laboratorio per essere coltivate in un unico modo in tutto il mondo:
un processo dove è la produzione che si adatta al territorio e chi lo vive, non il viceversa.

Cosa possiamo fare

Una delle fasi della conservazione dei semi di pomodori, tomatilli, fagioli e fagiolini.

Proprio per questo, nella nostra piccola nicchia ecologica, stiamo conservando i semi di quest’anno, per selezionare le varietà più resistenti e adatte al nostro contesto. E così ora abbiamo conservato semi di pomodori, fagioli, tomatilli, salvia gigante, calendula, … da ripiantare e condividere.

Conclusioni

Tutte queste esperienze ci hanno fatto riflettere su quali siano le differenze tra la cura del territorio e di tutte le forme di vita, e la cura finalizzata esclusivamente a migliorare la qualità o la convenienza del cibo.
Per cui ci risultano problematiche le tecniche di monocoltura delle grandi produzioni, come:

  • L’utilizzo di enormi quantità di insetticidi e fertilizzanti, che hanno un impatto negativo sulle popolazioni e sull’ambiente, sterilizzano il terreno e lo rendono disabitato.
  • La coltivazione di piante in ambienti non adatti alla loro crescita, che viene forzata con enorme dispendio di acqua ed energie.
  • Le grandi quantità di imballaggio ( plastica, pellicole, poliestere ) adoperate per il trasporto, la conservazione ed una maggiore presentabilità dei prodotti finali.

La frutta è un esempio di alimento che di per se è pronto al consumo. Se però si vuole frutta fuori stagione, sbucciata e tagliata è necessario aggiungere plastica e conservanti, senza contare il trasporto.

Quest’ultima criticità interviene anche sul rapporto tra prodotto e consumatore, ovvero: come cambia la consapevolezza di ciò che consumiamo in base a come ci viene presentato?
Sicuramente, la nostra piccola esplorazione di un orto urbano, attraverso la sua peculiarità e (bio)diversità, ci ha fatto sentire coabitanti di un sistema che scambia, produce, consuma, crea e riutilizza. Rompendo così l’unilateralità che si innesca quando ci troviamo davanti a pasti pronti o confezionati, verdure fuori stagione o di lontana provenienza.

Queste riflessioni ci hanno portato a formulare altre domande: qual è il nostro posizionamento rispetto alla produzione del cibo? Quali sono i meccanismi che determinano gli equilibri tra agricoltura, sfruttamento (dell’ambiente o del lavoro), inquinamento e consumatore? E quali sono i ruoli che ci troviamo a ricoprire?
Ci piace pensare che questi ruoli non siano statici e immutabili, e che sia possibile hackerarli, sovvertirli per sperimentare nuovi modi di essere parte di questo ciclo: dovremo accompagnare queste trasformazioni, trasformandoci a nostra volta.

Continueremo a sperimentare e a mescolarci con chiunque abbia la voglia di ricreare momenti di condivisione di saperi ed esperienze, e con la speranza che il nuovo anno nell’orto di eigenLab sia ancora più ricco, partecipato ed esteso!


Note

[1] Quello attorno al casottino era un terreno industriale, un piazzale in cemento all’epoca della fabbrica Marzotto, che durante le ristrutturazioni del polo degli anni ’20 fu ricoperto con mezzo metro di terra, e parecchi rifiuti edilizi. Abbiamo bonificato l’area dissodando, rimuovendo i calcinacci e le griglie di plastica dal terreno. torna su ↑

[2] Esempio in Italia di coltivazione biodiversificata con selezione delle varietà locali e condivisione dei semi. torna su ↑

[3] Negli Sati Uniti i campi coltivati con i semi della Monsanto occupano oltre il 31% della superficie, quelli con i semi della Bayer il 37%. Assieme sfiorano il 70%. (fonte: articolo su Linkiesta ) torna su ↑

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