eigenWare

Nella società odierna stanno diminuendo sempre di più le persone capaci di riparare effettivamente i prodotti elettronici, e le sempre crescenti pratiche consumistiche ci portano a scegliere soluzioni più veloci, semplici ed economicamente convenienti, forzandoci indirettamente a ricomprare nuovamente l’intero prodotto desiderato invece di sostituire il singolo componente danneggiato.

Il volume di unità di dispositivi elettronici smaltiti (e-waste) ha recentemente raggiunto 400 milioni di oggetti all’anno solo negli Stati Uniti. Nel 2010 i rifiuti elettronici casalinghi in Europa sono stimati attorno a 8.9 milioni di tonnellate e 4 milioni in Giappone (Zoetman et al., 2010), ma il fatto più allarmante è la crescita del tasso di produzione di rifuti elettronici che oscilla tra il 5 e il 10% annuo. Si stima che la Cina supererà gli Stati Uniti nel 2020 (UNEP, 2NEP, 2007) e che, per il 2030, i paesi considerati ora in via di sviluppo smaltiranno il doppio dei computer all’anno rispetto ai paesi sviluppati, cioè 600 milioni contro 300 milioni (Yu et al., 2010).

e-waste-5I dispositivi elettronici dismessi contengono più di 1000 sostanze differenti, molte delle quali tossiche, come piombo, mercurio, arsenico, cadmio, selenio, cromo esavalente, ritardanti di fiamma che producono emissioni di diossine quando sottoposte a combustione. Già si riscontra che circa il 70% dei metalli pesanti (come mercurio e cadmio) nei terreni degli Stati Uniti derivino da rifiuti elettronici, mentre l’elettronica di consumo è la causa delle presenza del 40% di piombo nel terreno coltivato. Queste sostanze inquinanti possono causare problemi a esseri umani ed animali di vario tipo, ad esempio danni cerebrali, reazioni allergiche e tumori (Puckett and Smith, 2002).

Dunque i rifiuti elettronici richiedono uno specifico trattamento poiché, se smaltiti senza alcun controllo, hanno un impatto negativo sull’ambiente e sulla salute umana.

Le nazioni sviluppate hanno convenzioni, direttive e leggi per regolare il loro smaltimento, per lo più basate sul declinare la propria responsabilità, delegandola ai produttori (EPR – http://en.wikipedia.org/wiki/Extended_producer_responsibility). Questi ritirano l’hardware dai rivenditori e dall’amministrazione locale per lo smaltimento “sicuro” o il recupero dei materiali riciclabili.

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La crescita esponenziale dei rifiuti elettronici generati nei paesi sviluppati piuttosto che in quelli in via di sviluppo, fa presagire una continua espansione di un pervasivo ed economicamente conveniente settore informale di trattamento dei rifiuti, inerentemente votato alla pericolosità. Infatti il costo elevato di un appropriato riciclaggio conduce alla spedizione di grandi quantità di e-waste verso paesi come Cina, India, Pakistan e Nigeria. Queste spedizioni avvengono spesso tramite mediatori, sotto classificazioni tariffarie che rendono queste quantità difficili da stimare e tracciare. In questi paesi i rifiuti elettronici vengono trattati per la maggior parte come rifiuti generici, lavorati grossolanamente, spesso bruciandoli o immergendoli in bagni acidi. Durante questi processi vengono rilasciati nell’ambiente elementi inquinanti come diossine, dibenzofurani, policlorobifenili e metalli pesanti, a danno dei lavoratori, dei residenti (attuali e futuri) e dell’ecosistema. Il cosiddetto “riciclo”, quando effettuato, consiste nel recupero di soli pochi materiali di valore. L’hardware che usiamo quotidianamente contiene una piccola quantità di materiali preziosi: le nuove generazioni di computer contengono fino a 1g d’oro. Anche il valore di metalli ordinari è elevato: 1 tonnellata di e-waste contiene fino a 0.2 tonnellate di rame, che può essere venduto per circa 1000€ al prezzo corrente. L’insieme di questi fattori alimenta uno sfruttamento sconsiderato nei confronti delle popolazioni locali, costrette dalla loro condizione di miseria a praticare questi recuperi dannosi per la loro salute.

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È proprio in risposta a queste problematiche che è nata l’esigenza di trovare una pratica alternativa, sfociata nella nascita di un laboratorio autogestito, eigenWare, il cui nome, combinando eigenLab e trashware, già ne sintetizza l’essenza. Infatti il progetto trashware è un vero e proprio strumento di lotta che si realizza tramite il riutilizzo e il riassemblaggio di apparecchi e componenti elettronici (genericamente hardware) ritenuti inutilizzabili e altrimenti destinati alla discarica (da cui trash).

Il processo di riappropriazione dei saperi tecnici necessari a concretizzare il progetto eigenWare viene riassunto nel concetto di Autoformazione, ossia la condivisione di esperienze, conoscenze e capacità che avviene in modo collettivo ma stimola anche la coscienza individuale. Questa pratica concreta si contrappone ad un apprendimento puramente nozionistico, che a volte si manifesta in ambito accademico, spesso sterile e lontano dall’inserire lo studente in una dinamica realmente coinvolgente. Dal 2010 eigenWare prova a dimostrare che un’alternativa al sistema didattico tradizionale esiste, proponendo un modello di condivisione dei saperi che non derivi da un insegnamento frontale. Al progetto si sono avvicinate persone con livelli di conoscenze diverse che qui hanno trovato un luogo di aggregazione, dove potersi confrontare, scambiare idee, esprimere i loro progetti e approfondire le loro passioni.

Uno dei progetti sul quale ci siamo applicati è stato il riutilizzo di vecchi computer per la realizzazione di server che accolgono i servizi di eigenNet, una rete mesh libera da controllo e censura. Per questo come per altri progetti, abbiamo sentito l’esigenza di considerare e approfondire l’aspetto politico insito in essi, poiché crediamo che questo sia strettamente legato con gli aspetti pratici e che la conoscenza sia fatta non solo per apprendere, ma anche per prendere posizione.

L’obiettivo iniziale è stato sicuramente riciclare componenti e dare loro nuova vita, ma la nostra riflessione è sfociata inevitabilmente in una considerazione più ampia, volta a indagare le cause di questi scarti, che sono il risultato di un meccanismo produttivo votato alla sovrapproduzione.

Le aziende, al fine di aumentare la produttività e le vendite, propongono ad un ritmo vertiginoso modelli sempre più innovativi e migliorati dello stesso prodotto per rendere obsoleti in tempi molto brevi i loro stessi apparecchi tecnologici. L’ottica consumistica con la quale viene affrontata la questione del progresso tecnologico non prende in considerazione i reali bisogni delle persone, ma piuttosto li riduce a un ruolo di meri consumatori, nei quali instillare il desiderio di possedere un certo prodotto. Chiaramente il motivo fondante che spinge le multinazionali a perseguire questo sistema è garantirsi un approvigionamento continuo di capitale.

Sono esempio evidente alcune tecnologie (come le lampade a incandescenza) che avevano raggiunto uno sviluppo tale da avere la capacità di non rompersi né degradarsi nel tempo, ma, per impedire che il mercato si saturasse, le multinazionali che hanno scoperto questi processi, anziché renderli disponibili liberamente, li hanno brevettati e si sono unite in cartello per decidere degli standard qualitativi inferiori a quelli raggiunti. Questo fenomeno è tristemente noto come obsolescenza programmata, con cui anche noi abbiamo avuto a che fare più volte, come nel caso di una stampante che era stata buttata via supponendola rotta ma che era in realtà bloccata da un contatore interno che, raggiunto un certo numero di stampe, bloccava il tamburo, impedendo il funzionamento della macchina e forzando l’utente ad acquistarne uno nuovo, a prescindere dall’effettivo deterioramento di questo.

Oltre ad occuparci di informatica abbiamo approfondito anche l’elettronica, realizzando svariati circuiti, e abbiamo sperimentato con le energie alternative, riuscendo a costruire un microgeneratore eolico utilizzando una ruota di bicicletta e qualche hard disk non più funzionante. Dal recupero di un motore di frigorifero e di una bombola da sommozzatore abbiamo costruito un compressore.

Questi progetti non sono il frutto di geni incompresi, ma di ragazzi che hanno deciso di impegnare il loro tempo in un percorso originale e concreto, e hanno portato i propri strumenti per lavorare insieme in modo creativo. Il laboratorio trashware è un posto aperto, libero e liberato dove tutti sono invitati a partecipare. EigenWare si trova all’interno del Casottino, uno spazio occupato dal 2010, nel giardino del polo Fibonacci.

eigenWare - logo - chiaroo

FONTI

Immagini:

Daniel Berehulak/ Getty Images Europe/Getty Images http://katerinaelias.files.wordpress.com/2012/11/ewaste-map.gif
http://blog.monsteractive.com/20-creative-informative-infographics/
http://globalizationstudies.sas.upenn.edu/node/757

Articoli scientifici:

Global perspectives on e-waste dx.doi.org/10.1016/j.scitotenv.2012.06.088
retroshare://file?name=Widmer%20et%20al.%20-%202005%20-%20Global%20perspectives%20on%20e-waste%20-%20Environmental%20Impact%20Assessment%20Review.pdf&size=493448&hash=d47af83d69e41228aec88dd2237a5f53fb2eaddf
Handling e-waste in developed and developing countries: Initiatives, practices, and consequences dx.doi.org/10.1016/j.eiar.2005.04.001
retroshare://file?name=Sthiannopkao,%20Wong%20-%202013%20-%20Handling%20e-waste%20in%20developed%20and%20developing%20countries%20initiatives,%20practices,%20and%20consequences.%20-%20The%20Scien.pdf&size=230316&hash=7eac059508ae7c95bd035741f2f0a0ef7b94ae8d

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